Al di là dei luoghi comuni
I paesi emergenti si portano dietro una reputazione difficile da scrollarsi di dosso: quella di economie dipendenti da un mix energetico inquinante, dominato in gran parte dal carbone e dagli idrocarburi. Secondo questa visione, la transizione energetica sarebbe un lusso riservato ai paesi sviluppati. I paesi emergenti, invece, ci arriverebbero più tardi, una volta completato il loro ciclo di sviluppo.
I fatti raccontano una storia ben diversa. Tra i dieci mix energetici più “verdi” al mondo, quattro appartengono a paesi emergenti o in via di sviluppo, con Brasile e Cile che superano il 90% di quota rinnovabile. La transizione non è ancora in arrivo, è già in corso.
Ma c’è di più: ormai è proprio nelle economie emergenti che si concentra la maggior parte della crescita energetica mondiale. Nel 2024, l’80% della crescita della domanda energetica mondiale proveniva dai paesi emergenti, con l’India che da sola superava tutte le economie avanzate messe insieme. Energia solare, eolica, biocarburanti, biogas, biometano: questi paesi stanno sviluppando un ampio ventaglio di settori energetici che combinano transizione, autonomia dalle importazioni e valorizzazione delle risorse locali. Sono loro a ridisegnare la geografia della transizione.
In questo contesto, agli investitori sorge spontanea una domanda: al di là dei luoghi comuni, dove si trovano davvero le opportunità offerte dalla transizione energetica nei mercati emergenti?
Un investimento nell’energia pulita che ormai supera quello nei combustibili fossili
Il primo segnale forte è il punto di svolta raggiunto per quanto riguarda gli investimenti in conto capitale. Nel 2024, gli investimenti nelle energie pulite nei mercati emergenti hanno raggiunto i 1.000 miliardi di dollari, rappresentando ormai quasi il doppio della spesa per le energie fossili. Questo sorpasso, visibile già dal 2021, ha subito un’accelerazione spettacolare: gli investimenti nelle energie rinnovabili sono quasi raddoppiati tra il 2019 e il 2024, mentre quelli nelle energie fossili sono rimasti fermi.
Questa tendenza è ancora più significativa perché va di pari passo con un vantaggio economico decisivo: il costo delle energie rinnovabili è strutturalmente inferiore a quello delle energie fossili a livello mondiale. Il LCOE medio mondiale (costo medio di produzione dell’elettricità per tutta la durata di vita di un impianto) del solare si attesta intorno ai 43 USD/MWh e quello dell’eolico onshore a 34 USD/MWh, contro i 73 USD/MWh del carbone. Questa competitività in termini di prezzo rende i progetti rinnovabili economicamente convenienti, a prescindere da qualsiasi vincolo normativo ESG.

Mercati emergenti già ben posizionati nel settore delle energie rinnovabili
Questa dinamica di investimenti si riflette già nella struttura dei sistemi elettrici di molti mercati emergenti. Contrariamente a quanto si pensa, molti di questi hanno già un mix energetico in gran parte dominato dalle energie rinnovabili. Costa Rica, Nepal ed Etiopia vantano un mix energetico quasi interamente rinnovabile (quasi al 100%), rivaleggiando con paesi sviluppati come l’Islanda o la Norvegia. Il Brasile e il Cile, due pesi massimi del mondo emergente, supereranno il 90% di quota rinnovabile nel loro mix energetico entro il 2030.

Fonte: rapporto “IEA Renewables 2025”
Il caso del Brasile è emblematico: settimo mercato mondiale dell’elettricità, nel 2024 il Paese ha prodotto l’88% della propria energia elettrica da fonti rinnovabili e il suo mix energetico complessivo ha raggiunto il 50% di energie rinnovabili. Tra il 2014 e il 2024, la quota dell’eolico e del solare è aumentata di quindici volte, passando dal 2% al 24% della produzione elettrica, consentendo di ridurre la produzione da fonti fossili del 45% nello stesso periodo.
La Cina, anche se spesso viene associata alle sue centrali a carbone, rappresenta da sola quasi il 60% della crescita mondiale delle capacità rinnovabili e dovrebbe raggiungere il suo obiettivo per l’eolico e il solare del 2035 con cinque anni di anticipo, visto che nel 2024 il Paese ha installato più capacità solare di quanto abbia fatto il resto del mondo messo insieme.
Questi risultati raggiunti sono solo un punto di partenza. La regione del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) registra la revisione al rialzo più significativa (+25%) sulle proiezioni relative allo sviluppo delle energie rinnovabili nel periodo 2025-2030, trainata dal boom del solare fotovoltaico in Arabia Saudita, mentre l’ASEAN beneficia di una revisione al rialzo del +15% grazie a politiche di aste più ambiziose. In pratica, la regione MENA dovrebbe aggiungere 62 GW di capacità rinnovabile in questo periodo, di cui oltre l’85% nel solare fotovoltaico. La capacità solare installata, che alla fine del 2024 era di circa 24 GW, potrebbe superare i 180 GW entro il 2030 secondo la MESIA (Middle East Solar Industry Association). L’Arabia Saudita, che punta al 50% di energie rinnovabili nel proprio mix energetico entro il 2030, da sola rappresenta più di un terzo di questa crescita.
Inoltre, il World Energy Outlook 2025 dell’AIE prevede che l’aumento della capacità delle energie rinnovabili nei mercati emergenti supererà in media i 600 GW all’anno entro il 2035, ovvero circa quattro volte la capacità elettrica totale della Francia ogni anno.
Questa accelerazione contrasta nettamente con l’andamento di alcune economie avanzate. L’AIE ha rivisto al ribasso di quasi il 50% le sue previsioni sulla capacità rinnovabile per gli Stati Uniti nel periodo 2025-2030, a causa della revoca anticipata dei crediti d’imposta federali, nuove restrizioni alle importazioni e la sospensione delle autorizzazioni per l’eolico offshore. Nel Regno Unito, i ritardi nell’eolico offshore hanno creato un deficit stimato di 32 GW rispetto agli obiettivi del 2030. In Corea del Sud, l’11° Piano di base per l’energia elettrica, finalizzato a febbraio 2025 sotto l’amministrazione Yoon, ha ridotto l’obiettivo delle energie rinnovabili al 22% per il 2030, al di sotto del 30% previsto dagli impegni climatici nazionali del Paese, senza riuscire a rispettare l’impegno preso alla COP28 di triplicare la capacità rinnovabile installata entro il 2030.
L’India, motore della crescita delle energie rinnovabili nella regione Asia-Pacifico
Tra le economie emergenti impegnate in questa transizione energetica, l’India occupa un posto speciale. Secondo l’AIE, la capacità installata dovrebbe quasi raddoppiare tra il 2025 e il 2030 nella regione Asia-Pacifico. L’India da sola rappresenta più della metà di questa espansione, con 250 GW di capacità rinnovabile installata entro la fine del 2025 e un obiettivo di 500 GW di capacità non fossile entro il 2030.

Fonte: rapporto “IEA Renewables 2025”
Questo slancio si inserisce nel quadro del massiccio piano di investimenti dell’India: 13,3 miliardi di dollari nel 2024 (+40% in un anno) per diversificare il proprio mix energetico. Il solare fotovoltaico su grande scala e distribuito domina l’aumento di capacità, seguito dall’eolico, che sta registrando anch’esso una forte ripresa.
I risultati sono già evidenti: l’India ha raggiunto la soglia del 50% di capacità installata non fossile a giugno 2025, ovvero con oltre cinque anni di anticipo rispetto al suo obiettivo NDC nell’ambito dell’Accordo di Parigi, affermandosi così come uno dei protagonisti più dinamici della transizione verso le energie rinnovabili tra i paesi emergenti.
Greenko, uno dei principali produttori di energia rinnovabile in India e emittente obbligazionario di riferimento nel panorama dei mercati emergenti, incarna perfettamente questa dinamica. Fondata nel 2004, l’azienda ha portato la sua capacità installata da circa 2,5 GW nel 2018 a oltre 11 GW oggi, distribuiti in 14 Stati indiani attraverso un mix di energia eolica, solare e idroelettrico, con l’obiettivo di raggiungere i 50 GW entro il 2030, il che la renderebbe uno dei maggiori produttori di energia rinnovabile al mondo
I biocarburanti: sicurezza energetica e motore di crescita
Oltre alla decarbonizzazione del settore elettrico, i biocarburanti rappresentano un’opportunità spesso sottovalutata per i mercati emergenti. Il loro vantaggio è duplice: contribuiscono a ridurre le emissioni di CO₂ nel settore dei trasporti e, allo stesso tempo, diminuiscono la dipendenza dalle importazioni di petrolio, una questione fondamentale nell’attuale contesto geopolitico.
Le tensioni che continuano a imperversare in Medio Oriente, e in particolare riguardo all’Iran, ci ricordano quanto siano vulnerabili le catene di approvvigionamento petrolifere. Per paesi come l’India, l’Indonesia o il Brasile, che dipendono in gran parte dalle importazioni di carburanti per il trasporto, lo sviluppo dei biocarburanti offre una leva concreta per la sovranità energetica. I dati dell’AIE mostrano che l’integrazione dei biocarburanti può ridurre in modo significativo il grado di dipendenza dalle importazioni di carburanti per il trasporto di questi paesi.

Fonte: rapporto “IEA Renewables 2025”
In Brasile, FS Bioenergia incarna proprio questa tendenza. Quarto produttore di etanolo del Paese con una capacità di 2,2 miliardi di litri all’anno, l’azienda è all’avanguardia nella produzione di etanolo da mais, una tecnologia più competitiva in termini di costi e con un’impronta di carbonio inferiore rispetto alla filiera della canna da zucchero, che è quella dominante. L’azienda beneficia direttamente del programma brasiliano «Combustível do Futuro», una legge approvata nel 2024 che prevede di aumentare la percentuale di etanolo nella benzina dal 22% al 35% entro il 2030, sostenendo così la domanda in modo strutturale.
Biogas e biometano: un potenziale concentrato nei paesi emergenti
C’è un ultimo settore che merita attenzione: il biogas e il biometano. Secondo il rapporto dell’AIE pubblicato nel 2025, dai flussi di rifiuti organici esistenti si potrebbero produrre in modo sostenibile quasi 1.000 miliardi di metri cubi di gas naturale equivalente ogni anno, ovvero l’equivalente di un quarto della domanda mondiale di gas naturale. Tuttavia, l’80% di questo potenziale si concentra nelle economie emergenti e in via di sviluppo, con Brasile, Cina e India in testa. Per farti un’idea, il potenziale indiano di produzione di biogas supera il suo attuale consumo di gas naturale, mentre oggi il Paese sfrutta meno del 5% di questa risorsa.
Le economie emergenti asiatiche offrono i costi di produzione più bassi, con 40 miliardi di metri cubi disponibili a meno di 10 USD/GJ, un livello direttamente competitivo con il prezzo di importazione del GNL in Asia, che oscilla tra gli 8 e i 14 USD/GJ.
Il biogas è particolarmente interessante: si colloca al crocevia di diverse tematiche (valorizzazione dei rifiuti, economia circolare, sicurezza energetica, sviluppo rurale) e offre un sostituto diretto del gas naturale senza richiedere nuove infrastrutture.
La posizione di IVO Capital Partners
IVO Capital Partners ha puntato su questa dinamica di transizione energetica nei mercati emergenti, con 225 milioni di euro di obbligazioni emesse da produttori di energia rinnovabile nel proprio portafoglio, di cui la metà emessa da aziende indiane, tra cui Greenko, uno dei leader privati della transizione energetica in India con oltre 11 GW di capacità installata, che contribuisce concretamente alla trasformazione del sistema energetico del Paese. Questa esposizione copre un ampio spettro di tecnologie: il fondo IVO EM Corporate Debt Short Duration SRI ne è un esempio: il settore dell’elettricità e del teleriscaldamento rappresenta il 16% dell’allocazione, con il 100% di produzione da fonti rinnovabili e con posizioni di rilievo nel settore della bioenergia, in particolare tramite emittenti come FS Bioenergia, pioniere dell’etanolo da mais in Brasile.
Questa esposizione è accompagnata da un profilo di rendimento interessante: il costo del capitale, strutturalmente più elevato nei mercati emergenti, si traduce, sul fronte obbligazionario, in cedole superiori a quelle offerte da emittenti equivalenti nei paesi sviluppati. Investire nella transizione energetica dei mercati emergenti non è quindi solo una scommessa tematica, ma anche una fonte concreta di rendimento per chi investe in obbligazioni.
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